Andy would be proud.
Daniel Avery — Tremor, 2025
È uscito il 31 ottobre su Domino Recordings il nuovo disco di Daniel Avery, prodigioso produttore londinese della scuderia Phantasy Sound, mirabile etichetta dell’eclettico maestro Erol Alkan, per il quale non ho più aggettivi e non sono più obiettivo da molto tempo.
Dagli esordi con l’allora granitico Drone Logic, che lo spedì diretto tra i migliori interpreti del clubbing più acido e viscerale, al nuovissimo Tremor, sono passati altri sei dischi che, aldilà dell’eccezionale ed eterea deviazione ambient di Illusion Of Time scritto a quattro mani non a caso con Alessandro Cortini, hanno fatto evolvere le sonorità, l’attitudine, il carattere e la tempra del nostro Daniel a qualcosa che trascende il mero rapporto tra produzioni e pista, tra idolo in consolle e pubblico.
Spesso a fianco del compianto genio di Andrew Weatherall, ne ha saputo imparare l’arte di navigare in acque, quelle del clubbing, sempre più tempestose, facendo tesoro di un unico grande consiglio: “If you can produce something that sounds like you, whatever genre it comes from, you’re doing alright.”
Il rapporto tra i due andava oltre il dualismo mentore/allievo, Andrew Weatherall non è mai stato quel tipo di personaggio, ma una cosa è certa e comprovata dalla sua discografia: è sempre stato sé stesso e costantemente fedele solo alla sua coscienza artistica e creativa. Fortunatamente per noi era la preziosa coscienza di un insolito visionario, un uno su un milione, la cui amicizia con Daniel Avery è stata interrotta solo dalla sua prematura scomparsa, nel febbraio del 2020, e di cui rimane il prezioso e malinconico tributo nella traccia Lone Swordsman, che racchiude e sintetizza tutta la stima di un giovane ora pronto e deciso a navigare da solo per le sue acque, con lo stesso approccio coerente e personale che lo porta oggi a pubblicare un disco che <banalità> ne certifica la maturità artistica </banalità> e conferma la volontà di scegliere sempre il proprio percorso e affrontarlo con le persone migliori per poterlo completare: si spiegano così Alan Moulder e David Wrench al mix e mastering, vale a dire alla completa supervisione sonora del progetto. Con loro siamo già a ben tre citazioni di personaggi in orbita e comando Nine Inch Nails.
Spingiamo play dalla traccia uno e capiamo insieme il perchè.
Neon Pulse è l’intro che tutto sommato ci aspettavamo, ambient pura, classica e di Brian-Eno-istica memoria. La funzione, lo si scoprirà solo dopo, è quella di creare una camera di decompressione, una linea di demarcazione e confine tra il Daniel Avery dei club e delle nostre aspettative, il producer, a quello di oggi, sfuggito ai preconcetti e leader di una vera e propria band. “Sto pad può esse fero o esse piuma” (semi cit.), qui è stata piuma e sarà l’unica carezza di questo disco, da qui in poi nessun altro suono ci grazierà con questo puro candore.
Rapture in Blue è la prima delle tante collaborazioni vocali che in alcuni frangenti, ma mai come in questa traccia, sono quel piccolo ma essenziale ingrediente pop, tutto fuorché edulcorate, ma amalgamate in maniera lontana dall’ovvio alle dissolute atmosfere notturne che fanno da sfondo a questo disco. Non avrebbe fatto fatica a comparire in un album dei Massive Attack, in piena epoca trip hop.
Seduti nelle ultime file di un FlixBus di ultimissima si riparte nella notte e senza meta. In Haze è sbalorditivo, trascinante e potente il cambio di genere, un brano che dal vivo con la band a supporto, come viene presentato Tremor nella tournée in corso, ha il tiro di qualcosa che avrebbe potuto cantare Chino Moreno (Deftones), così come la successiva A Silent Shadow, che procede miscelata letteralmente senza soluzione di continuità, passando la parte vocale a bdrmm e che ci costringe con molto piacere a citare nuovamente quelle sonorità industrial NIN che saranno il collante di tutto il progetto.
New life si concede un amen break che qui è tutto tranne che scontato, che ricorda a tutti come Daniel abbia piena coscienza e conoscenza di quale sarebbe “la cosa da fare” oggi, se solo non avesse promesso di seguire la propria strada, rifiutando categoricamente di interpretare anche il suono del momento in maniera troppo facilmente prevedibile e, abilmente, cala la citazione junglista in una traccia che beat a parte sprizza shoegaze da ogni reverbero.
Greasy Off The Racing Line ricentra il timone in sonorità wave / industrial ben più classiche, il lavoro di Alan Moulder con nomi quali Depeche Mode e, non so se sono già stati citati, Nine Inch Nails, qui si ri-apprezza a pieno, con il potente ritornello impreziosito dal ruggito vocale di Alisson Mosshart dei The Kills e si cala in un registro già maneggiato dal nostro Alan nei primi due album dei Curve, in cui si prestò a configurare quello che fu il suono di maggior successo del duo, registrando chitarre e curando anche qui il missaggio1.
Until The Moon Starts Shaking, è, per dirla con un ossimoro, una sorta di skit ambient che rimarca l’evoluzione delle sonorità di questo disco: sono cambiate parecchie cose da quei pad celestiali e puri di inizio album, oramai ogni suono è in un certo senso corrotto, da rumori di sottofondo, da distorsioni e distonie che sono lampi di luce in un’immaginaria ambientazione che persiste nell’essere notturna e tossica.
The Ghost Of Her Smile è forse la prima piccola luce dell’alba in arrivo, la chitarra di Robert Smith-iana memoria è inizialmente protagonista, Julie Dawson si cala perfettamente nel ruolo della melanconica voce wave e il disco recupera quelle già citate atmosfere shoegaze, distorcendosi, in una canonica forma canzone, fino a sferzare altri vigorosi pugni al petto. È l’effetto della sostanza che sta svanendo.
Disturb Me infatti rallenta ai bpm del già citato Bristol Sound, ma le costanti distorsioni, seppur in maniera meno esplosiva, raggiungono uno degli apici di questo disco, coinvolgendo anche la voce di Yeule, cantautrice genZ singaporiana classe 1997 già fuori su Ninja Tune, per l’ennesima delle contaminazioni generazionali di questo lavoro (il nostro Daniel è del 1986, millennial in pieno, per quel che può contare).
Sorprende In Keeping, per la modalità canonica con cui riporta il disco su sonorità rock contemporanee, su cui Walter Scheiflers, sì quello dei Quicksand, quei Quicksand, gioca il ruolo dell’Ian Brown degli inarrivabili tempi dei featuring con James Lavelle, nell’era d’oro del progetto Unkle, paragone ovviamente scomodo che porge grande merito al brano, il quale pur non arrivando a quello stato di grazia, si sarebbe fatto anche ripetere una seconda volta se non fosse che l’outro lo miscela direttamente alla title-track, Tremor, un pezzo che ancora una volta sottolinea la matrice post-rock di questo lavoro, che rompe il muro del suono con una strumentale che non sfigurerebbe come compendio digitale in una playlist post con Explosions in the Sky, Mogwai e altri nomi dalla volumella facile.
A Memory Wrapped In Paper and Smoke riporta la pace, come in una pista che si svuota dopo un pogo. Qui si torna a tutto l’amore per l’ambient più classica, in un meraviglioso loop alla An Ending (Ascent) del già citato Brian Eno, giusto per mettere sempre il nostro a cospetto dei migliori, dove è meritatamente giusto che sia. Il buio si rifà luce.
È finalmente l’Albedo.
Qui e ora succede la cosa più bella del disco: I Feel You è l’inno finale, una traccia che personalmente è andata in loop per diversi giorni e credo lo sarà ancora per molto tempo (il mio last.fm mi è testimone).
Polly Louise Mackey in arte Art School Girlfriend è l’ingrediente in più per rendere perfetto un brano semplicissimo nella sua struttura, ma trascinante, malinconico, che prende al cuore e concentra tutta la nostalgia di una notte, per poi lasciarla nascere e affiorare in un terapeutico mantra: “I saw it come alive, I saw it come alive”, ripetuto fino a far pace con ogni traumatica distorsione assorbita nel corso del disco e chiudere il progetto come una grande opera alchemica che si completa: una prospettiva positiva, dopo il Nigredo distruttivo ma necessario della prima parte del disco.
Si chiude così un disco che difficilmente trova spazio in una categoria o in un genere (divertente la confusa catalogazione di discogs a questo proposito), che sfugge in maniera molto intelligente al borioso corso delle mode del momento e per certi versi è anche difficile da collocare nel tempo: potrebbe essere uscito 20 anni fa, ma non c’è nulla che lo renda scontatamente revivalista, potrebbe uscire tra 20 anni e non farebbe fatica a mostrare quella energia che in 13 tracce viene sapientemente intrappolata e fatta esplodere sempre al momento migliore. Non stupirà chi già si è gustato i classici del genere Reznoriano per una vita, ma sicuramente allargherà lo sguardo di chi arriva a questo disco lungo il percorso di formazione del nostro Daniel Avery.
Sono certo che il vecchio Andy sarebbe stato più che fiero del suo prodigioso giovane amico, di un esempio intimamente metabolizzato e di un disco che trovo audace e sorprendente, soprattutto alla luce di tutto ciò che lo ha preceduto e delle aspettative canoniche che spesso si hanno con chi proviene dal clubbing.
Pubblico che potrà comunque essere presto appagato dalle Midnight Versions in uscita a inizio 2026, a conferma che qui non c’è nessun algoritmo da aizzare, solo un una traversata artistica a cui prendere parte lasciando il timone a un coraggioso mozzo diventato oggi autorevole comandante.
Fail we may, sail we must.
Lunga ma doverosa appendice: Questa volta l’imbeccata dei Curve, che nonostante Moulder non mi erano proprio venuti in mente, viene da una chiacchiera con l’amico e “collega” Alex@Apx.
Per anni ‘tapiex ha rappresentato una figura chiave, spesso dietro le quinte, nelle realtà più innovative della scena modenese. Dalla programmazione del Vox Club al Vibra di Modena, passando per il Covo Club di Bologna e l’associazione LaikaMvmnt – di cui è stato tra i fondatori – ha firmato alcune delle line-up più audaci e visionarie.
Me lo ricordo convincere tutti in lunghe riunioni a fare cose tipo giovani ragazzi inglesi al primo disco e non prendersi un mezzo merito per quel mitologico sold-out di Arctic Monkeys al Vox nel maggio del 2006. O ancora spingere per Digitalism, Justice, Boys Noize, in tempi in cui facevano tutto tranne i palazzetti. La stagione al Vibra con, tra gli altri, lo stesso Daniel Avery, Airhead e Leon Vynehall, tutti quasi esordienti, rimane forse l’apice per quel tipo di sonorità tra quelle mura e ha avuto indubbiamente la sua regia.
I dischi per Alex sono una questione di famiglia e spinto da un’insaziabile curiosità unito a un approccio da vero collezionista, ha sempre inseguito il Nuovo – quello con la N maiuscola – senza mai farsi imbrigliare da confini di genere o stile. Le sue selezioni non hanno mai cercato il protagonismo: niente egocentrismo, solo un raffinato equilibrio tra classici intramontabili e novità freschissime, continuamente al servizio della pista, sempre soddisfatta con la rarissima umiltà di chi non ha problemi a “sporcare” il proprio set con qualcosa di pop, ma lo fa sempre al momento giusto e con un senso estetico tuttora speciale.
Molte delle mie fortune da dj sono nate da un caffè con lui in piazzetta Sant’Eufemia a Modena 20 anni fa e sono proprio merito suo. Grazie, Alex!





