Quando Londra aprì le porte della sua giungla.
4 Hero — Two Pages, 1998
Sampras trionfa a Wimbledon mentre l’Arsenal scippa il double allo United, Pinochet finisce in manette mentre i Laburisti di Tony Blair conquistano la maggior parte dei councils.
Sono tante le letture che si possono dare della Londra del 1998, tanti i livelli intrecciati tra loro: se da un lato è la città fiorente e frizzante della Cool Britannia, se i Brit Awards sono dominati da Verve, Oasis, Spice Girls e Prodigy, è proprio con questi ultimi che la sottocultura rave emerge e apre un varco verso un sottobosco altrettanto fiorente, sicuramente più fumoso e cupo dei fasti del mainstream, ma decisamente più proattivo e contaminato.
È in questo contesto che uscirà il terzo album di un progetto nato da 4 ragazzi, conosciutisi poco più di 10 anni prima al college, dove sperimentano nuovi percorsi musicali legati al mondo dei sound system e fondano la Strong Island FM, una delle tante pirate radio nate in questo periodo, alcune delle quali diventeranno poi culla e primo riferimento per il nascente movimento jungle, vedi alla voce KOOL FM.
i 4 all’epoca uniscono le loro forze e dopo qualche esperimento hip hop, Marc Mac (noto come Marc Clair) e Dennis McFarlane, noto come Dego, prendono in mano le redini del gioco e insieme a Gus Lawrence e Ian Bardouille fondano prima Reinforced Records poi il loro gruppo, i 4 Hero.
Prima di arrivare al 1998 l’etichetta si pone come uno dei principali riferimenti in ambito jungle, drum n bass, facendo esordire artisti che diventeranno poi nomi di punta del genere. Per intenderci un certo Goldie mosse qui i suoi primi passi, diventando poi A&R e grafico, alternandosi a ©eed e Sami Khan sulla parte visiva.
Proprio a quest’ultimi è affidato l’artwork di maggior successo di 4 Hero e di conseguenza di Reinforced Records, con tanto di messaggio nascosto in copertina decifrabile per quasi nessuno, ma apocalittico presagio dei tempi moderni (lascio ai più curiosi la ricerca, come era costume all’epoca).
Pubblicato il 13 luglio 1998 insieme alla Talkin’ Loud di Gilles Peterson e Norman Jay, (piacevolmente stupiti dal successo di un ep, Earth Pioneers, messo da loro stessi in giro l’anno precedente), l’album esce originariamente come doppio cd o quadruplo vinile. In tutto le tracce sono una ventina, inclusi 4 brevissimi snippet e l’allora avveniristico enhanced content: un click a start.exe (il mac era ancora cosa per pochi, ma era supportato) e video e artwork soddisfavano la pionieristica avidità dei fanatici del digitale con gli allora futuristici 3D di Dominic Weir.
La voce è affidata al talento di Carol Crosby, più un paio di interventi firmati Jil Alexandra e Face, ma è già la traccia d’apertura, personalmente da pelle d’oca, a proiettare il disco fin da subito nell’olimpo dei classici trip hop, jungle o future jazz, chiamate questo viaggio davvero come volete. Grazie al featuring firmato dalla divina Ursula Rucker, personalmente scoperta in quella rara gemma che fu Light Transmission di 2blue, progetto a quattro mani di Dj Rocca ed Enrico Marani = Mr Pian Piano, nato tra le mura del Maffia e figlio della visionaria vibra del mitologico locale di viale Ramazzini 33 a Reggio Emilia (di cui sta per nascere un importante lavoro di tributo e archivio).
“It’s a jungle out there” era il titolo della sfilata autunno inverno 1997 con cui Alexander McQueen* si ri-affermava come uno dei più importanti stilisti dell’epoca, mischiando elementi tribali, faunistici e creando uno stile totalmente inedito.
New Forms del combo Roni Size/Reprazent avrebbe vinto il Mercury Prize quell’anno, diventando poi per 5 volte disco di platino negli anni a venire.
In questo contesto ipercinetico e in totale evoluzione si dipanava un intricato sottobosco esplorato dal lussureggiante drumming di Luke Parkhouse, che sperimentava uno stile, definendo quello che sarà un vero e proprio marchio di fabbrica, uno standard per le sonorità che venivano già definite come jungle e che vanno qui a rinnovarsi in qualcosa di percettivamente più colto ed elegante, ma altrettanto travolgente. Breakbeats di matrice jazz, molleggiati e isterici al contempo, quasi sul punto di esplodere, ma mai eccessivi nell’accompagnare il contrabbasso, spesso vero protagonista, ma anche archi, voci e texture che andavano sbrogliando una giungla intricata e totalmente inesplorata.
È come se due mondi a loro totalmente sconosciuti venissero a contatto e non a caso Golden Age of Life divenne col tempo manifesto di 4 Hero e delle loro sonorità che vanno via via definendosi fino alla seconda parte dell’album, quando la sperimentazione elettronica, quasi come un intervento urbano nel verde della foresta vergine, prende il suo spazio, tra beat granitici e forme d’onda tanto aggressive quanto armoniosamente coerenti con le atmosfere della prima parte del disco e la storia di 4 Hero.
Com’è noto, agli americani va spiegato tutto come fosse un fast food e per loro l’edizione del doppio disco viene concentrata in un unico volume, sicuramente più forte commercialmente, ma forse privato di un po’ di quella narrazione multisensoriale e genuinamente in bilico tra meditazione e dancefloor, tra soul d’annata e breakbeat primordiale. Di due pagine come chiaramente anticipato dal titolo ne venne sintetizzata una, in una “verticale”, come direbbero i parvenu enologici, comunque fatta di 19 tracce, nulla a che vedere con il mordi e fuggi contemporaneo.
Se nella sua nicchia di appartenenza fu immediatamente eletto a capolavoro, voci mainstream come quella dell’NME dell’epoca valutarono il disco con una sufficienza risicata, come qualcosa di incompiuto nel suo voler far progredire un mondo già di per se in frenetica evoluzione e fu effettivamente necessario molto più tempo per arrivare a digerire e comprendere il percorso di un progetto che ha saputo ridefinire uno stile senza limitarsi ad un genere.
Two Pages è un disco che gioca, appunto, su due pagine costantemente contrapposte, uno spread, per i tecnici dell’impaginazione, dove si mettono a confronto luci e ombre, soul e jazz, jungle e breakbeat, passato e futuro, limite e infinito. Come infinite sono le definizioni attribuibili a questo progetto, coronamento di un processo creativo che lo pone oggi come uno dei capolavori di un’epoca, una gemma nascosta che sa vivere e sopravvivere con la propria luce e facendosi ciclicamente riscoprire con l’accecante bagliore del talento unico dei suoi 4 eroici creatori.
* ispirazione uscita da una vecchia chiacchierata con Luca Bollett Bortolotti aka UrbanCamou di circa 4 anni fa, quando queste monografie erano basi per ipotetici podcast mai registrati e si parlò un po’ della Londra di fine ‘90, partendo da qualcosa di sicuramente calcistico, per finire a questa imbeccata a cui non sarei arrivato diversamente. Thanks! Imparare dai pirati come Guybrush Threepwood as a way of life.






